Erano
le tre dopo la mezzanotte, l’aria gelida del ventiquattro dicembre sferzava il
volto dei pochi barboni che ancora vagavano per le strade della città, cercando
un precario equilibrio tra qualche bicchiere di troppo e il terreno ghiacciato.
Il suono di una sirena della polizia si allontanava per raggiungere qualche
malintenzionato che, nonostante il tempo infame, aveva deciso di sfidare la
legge.
La
solita routine, quindi, sia per i tutori dell’ordine, sia per gli abitanti
ormai abituati al rigore dell’inverno, nell’attesa di un Natale sempre meno
cristiano e sempre più consumistico, che la gente attendeva per mostrare i
propri gioielli e i propri abiti costosi, piuttosto che pensare anche
minimamente al prossimo.
In
questa certo non idilliaca atmosfera natalizia Giacomo camminava stancamente nel
lungo viale che portava alla stazione, accompagnato dai suoi ricordi. Nella
mente gli riaffioravano momenti di vita belli e brutti, dalla sua adolescenza, a
correre e giocare nei campi con i genitori, all’età adulta, con il matrimonio
con Elena, la nascita di Luca e poi il divorzio che lo aveva letteralmente
annientato. Viveva, sì, ma soprattutto sopravviveva, abulico, annoiato, nulla
che potesse interessarlo, nulla che gli desse la scusa per sorridere anche solo
un attimo. Così, assorto nei suoi pensieri, stava per impegnare un passaggio
pedonale. Fu una frazione di secondo: l’uomo davanti a lui non aveva neppure
visto quei fari che lo avrebbero fagocitato con la loro luce accecante.
L’impatto fu violentissimo, l’uomo fu scaraventato ad una ventina di metri,
l’auto sparì nella notte.
Giacomo
rimase impietrito, la prima emozione dopo tanti anni. Passato il primo attimo di
incredulità, corse verso l’uomo che si trovava a terra in mezzo al ghiaccio
arrossato dal suo stesso sangue. Qualcuno aveva chiamato un’ambulanza che
arrivò a sirene spiegate, caricò l’uomo e scomparve nel buio della notte,
lasciando una sensazione di morte dietro di sé. Altre sirene, quelle della
polizia, sovrapposero il loro fastidioso e lugubre ululato in quella notte
bastarda, ma Giacomo ormai non le sentiva.
Pensieri e ricordi erano svaniti di colpo, in Giacomo qualcosa si stava riaccendendo. Di fronte alla possibile morte di quel viandante investito, la voglia di vivere aveva fatto capolino nella sua mente intorpidita dalle non emozioni. Riguardò il posto dove era giaciuto il poveretto, una bianca sagoma irreale contornata da irregolari macchie di sangue abbastanza copiose. Ne aveva perso di sangue: “Sangue, pensò Giacomo, sangue, sangue…Senz’altro il malcapitato investito avrà bisogno di trasfusioni. E se…”
Non
ci pensò su neppure un secondo, chiamò un taxi e si fece accompagnare
all’ospedale. Chiese dove avevano portato il pedone travolto dall’auto
un’ora prima e si precipitò al reparto indicatogli. Parlò con un dottore,
gli raccontò brevemente tutto e si rese disponibile per una donazione di
sangue. Il medico gli sorrise e lo invitò a calmare la sua euforia: prima
avrebbero dovuto verificare la compatibilità dei gruppi sanguigni, poi
eventualmente avrebbero proceduto al prelievo. Dopo l’esame del sangue,
trascorse un interminabile quarto d’ora, durante il quale Giacomo si sentì
impotente: un uomo stava morendo e lui, che avrebbe voluto fare qualcosa per
aiutarlo a vivere, non sapeva se avrebbe potuto farlo o no.
Alla
fine si ebbe l’esito, il medico gli si fece incontro sorridendo, c’era
compatibilità! Giacomo effettuò la donazione di sangue e aspettò in silenzio,
solitario e anche un po’ stanco, che dalla sala operatoria giungesse qualche
buona notizia.
Alle
dieci e trenta del mattino gli comunicarono che il paziente ce l’avrebbe
fatta, e questo grazie anche al suo aiuto. Giacomo salutò e lasciò
l’ospedale, stanco ma col cuore pieno di gioia.
Grazie
alla donazione del sangue, due persone erano ritornate a vivere: l’uomo
investito e Giacomo stesso, che da quel momento vide la vita da un altro punto
di vista, quello di chi può ancora dare qualcosa.
Per entrambi sarebbe stato un meraviglioso Natale.
Buon Natale a tutti.