Per definizione chi eccelle nello sport è sano, forte, giovane (anche se non mancano veterani di gran qualità).
Non ci vuol molto a capirla: si tratta di un patentino ideale per diventare un donatore di sangue. Pochi, invece, lo fanno. Ancor più pochi quelli che hanno l'ardire di affermare che potrebbero farlo tranquillamente.
A livello scientifico è dimostrato che una donazione controllata, in periodi ragionevolmente lontani dall'impegno agonistico, non provoca alcun danno e non pregiudica la prestazione. Ma vi immaginate quale putiferio potrebbe scoppiare se un calciatore, dopo essersi sottoposto a un prelievo ematico, incappasse giorni dopo in una prova insufficiente sul campo?
Non se ne parla proprio, anche se i medici sportivi ammettono che si potrebbero trovare tempi e modi adeguati per far tollerare ai campioni della pedate quelli che, purtroppo, (e non) solo nel pianeta sportivo vengono considerati salassi debilitanti.
Il guaio è che quanto succede nel calcio diventa modello di riferimento quasi obbligato per le altre discipline sportive e così, anche se esistono lodevoli eccezioni, in genere gli sportivi non diventano donatori.
La mancanza di abitudine, maturata in tanti anni di pratica agonistica attiva, determina poi una scarsa sensibilità ad avvicinarsi al mondo della donazione di sangue anche a fine carriera.
E così un settore anche quantitativamente importante di potenziali amici che donano il loro sangue finisce per isterilirsi e non dare il contributo che potrebbe.
La constatazione diventa ancor più significativa se si considera che sono numerosissimi i campioni dello sport, calciatori su tutti, che invece aderiscono con sincero entusiasmo alle iniziative della donazione di midollo osseo o degli organi. Impegno altrettanto nobile e lodevole, ma che conferma una tendenza generalizzata: troppo spesso si dà per scontato che sia già risolta, a livello sociale, la questione donazione sangue, e si è inclini a maggior attenzione verso altri momenti di compartecipazione personale.
Di sangue, invece, c'è sempre un gran bisogno, lo dicono le statistiche e gli appelli di quanti operano nel settore e verificano quotidianamente lo stato delle cose. A parte il fatto che qualsiasi intervento medico, per avveniristico che sia, necessita si una gran quantità di buon sangue disponibile.
Discorsi di carattere astratto, sui quali è anche agevole trovare un punto di accordo. Ma come tradurre in pratica questi convincimenti teorici? Un buon punto di partenza potrebbe essere il coinvolgimento dei medici sportivi, presenti in ogni società: proprio loro, che sono a diretto contatto con gli atleti, potrebbero sensibilizzarli al proposito, seminando magari per il futuro, per il dopo carriera.
Operazione di difficile attuazione? Ma se il problema esiste, ed è grave, non si può pretendere di venirne a capo con soluzioni semplici e automatiche. Tanto vale provarci, magari attraverso una strategia di coinvolgimento articolata e congiunta (associazioni, giornalisti, procuratori, sponsor).